Dal 1° gennaio 2019 vige il divieto assoluto di pubblicità sanitaria: attenzione a ciò che si scrive sul proprio sito e sui depliants

Benché dal 1° gennaio 2019, con la Legge di Bilancio 2019, (L 30/12/2018, n. 145), siano entrate in vigore le nuove norme in materia di pubblicità dei servizi sanitari che vietano la pubblicità commerciale in ambito sanitario, molti studi e ambulatori odontoiatrici continuano mettere a disposizione dei loro pazienti depliant sui quali vengono date informazioni promozionali che nulla hanno a che vedere con le informazioni relative alla salute degli stessi.

Spesso, inoltre, sui siti degli studi odontoiatrici, sui manifesti degli ambulatori e su certi volantini, spiccano i nomi, col marchio ben visibile, di veri e propri prodotti commerciali odontoiatrici, ad es. quelli delle mascherine trasparenti per l’allineamento dentale che, data la modalità di presentazione, non solo sono illecite poiché costituiscono una forma di pubblicità, ma anche perché inducono il paziente a credere che si tratti di un metodo di cura, piuttosto che di vero e proprio prodotto commerciale.

Il Massimario della Commissione per gli esercenti delle professioni sanitarie del 2014 parla specificamente di questo fatto al paragrafo “Utilizzazione di marchi commerciali” dicendo:

“È contrario ai principi deontologici e alla correttezza professionale effettuare pubblicità a beneficio di un prodotto, inducendo il pubblico a ritenere che il relativo nome commerciale sia una metodica clinica, dedicandovi un evento ad hoc e facendo palesemente pubblicità a un prodotto commerciale, quale appunto il marchio Invisalign® (nn. 21 del 12 maggio 2014 e 36 del 16 giugno 2014) […]. La comunicazione commerciale, pur se […] idonea a rendere note alla potenziale clientela le attività svolte all’interno della struttura sanitaria, promuove il marchio Invisalign® in violazione dell’art. 57 del Codice deontologico, in base al quale “il medico singolo o componente di associazioni scientifiche o professionali non deve concedere avallo o patrocinio a iniziative o forme di pubblicità o comunque promozionali a favore di aziende o istituzioni relativamente a prodotti sanitari o commerciali”. Al riguardo, pur se in precedenti, analoghe occasioni la Commissione Centrale ha rilevato che, alla luce della disciplina introdotta con D.L. 4 luglio 2006, n. 223 (convertito con modificazioni dalla legge 4 agosto 2006, n. 248), il sindacato degli Ordini e dei Collegi sulla pubblicità sanitaria è circoscritto ai criteri di trasparenza e veridicità del messaggio pubblicitario, lo stesso può correttamente essere censurato ove associ il nome del sanitario ad un noto marchio commerciale, in quanto non improntato ai richiesti requisiti di trasparenza e veridicità. La ratio dell’art. 57 C.d. va proprio nel senso di preservare l’autonomia del sanitario e la completa trasparenza del relativo comunicato pubblicitario allo scopo di non permettere condotte fuorvianti volte a determinare, a proprio vantaggio, confusione e sviamento del mercato (nn. 36, 44 e 88 del 16 giugno 2014)”.

In tal caso i titolari degli studi, ignari di questo fatto, si ritrovano a fare pubblicità, a loro rischio e pericolo e, oltretutto, gratuitamente.

Ma cosa prevede la normativa?

1. Il divieto assoluto di messaggi di natura promozionale o suggestionale nelle informative sanitarie;

2. la legittimazione dell’attività disciplinare degli Ordini nei confronti dei direttori sanitari delle strutture che diffondono pubblicità non deontologicamente orientate e segnalazione all’AGCOM (non più all’AGCM) per comminare eventuali sanzioni alle società committenti.

In particolare nell’Art. 1, comma 525, viene spiegato che:

“Le comunicazioni informative da parte delle strutture sanitarie private di cura e degli iscritti agli albi degli Ordini delle professioni sanitarie di cui al capo II della legge 11 gennaio 2018, n. 3, in qualsiasi forma giuridica svolgano la loro attività, comprese le società di cui all’articolo 1, comma 153, della legge 4 agosto 2017, n. 124, possono contenere unicamente le informazioni di cui all’articolo 2, comma 1, del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248, funzionali a garantire la sicurezza dei trattamenti sanitari, escluso qualsiasi elemento di carattere promozionale o suggestivo, nel rispetto della libera e consapevole determinazione del paziente, a tutela della salute pubblica, della dignità della persona e del suo diritto a una corretta informazione sanitaria”

Cosa rischia il titolare della struttura? L’art.1, comma 536 dice che:

“In caso di violazione delle disposizioni sulle comunicazioni informative sanitarie di cui al comma 525, gli ordini professionali sanitari territoriali, anche su segnalazione delle rispettive Federazioni, procedono in via disciplinare nei confronti dei professionisti o delle società iscritti e segnalano tali violazioni all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ai fini dell’eventuale adozione dei provvedimenti sanzionatori di competenza”.

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