Anche se l’intervento è complesso non spetta al paziente provare che il medico è colpevole

In relazione al problema della ripartizione dell’onere della prova tra paziente e medico, con la presente sentenza i giudici puntualizzano che, anche per le prestazioni di particolare difficoltà, non può farsi gravare sul paziente l’onere di dimostrare l’addebitabilità dell’insuccesso al sanitario.

Tuttavia agli esercenti le professioni sanitarie, come agli altri prestatori d’opera intellettuale, il legislatore ha riservato uno speciale regime di responsabilità, innestando nel codice civile una regola che li mette al riparo dalle condanne risarcitorie, in caso di colpa lieve, ogni qual volta la prestazione richiesta implica la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà. Norme di tal fatta, come ricorda la motivazione di una recente sentenza penale (Cass. pen., sez. IV, 29 gennaio 2013, n. 16237), da un lato, cercano di “non mortificare l’iniziativa del professionista col timore d’ingiuste rappresaglie in caso d’insuccesso” e, dall’altro, intendono prevenire il rischio di “indulgere verso non ponderate decisioni o riprovevoli inerzie del professionista stesso”.
L’analisi della prassi degli ultimi tre decenni denota come si sia progressivamente eroso lo spazio in cui è individuabile la sussistenza di un problema di particolare complessità. Focalizzando l’attenzione sull’arte medica, ciò ha comportato che sovente l’intervento viene qualificato come routinario. In quest’ordine d’idee, si è giunti ad affermare che un intervento chirurgico di norma routinario non può mai ritenersi di speciale difficoltà semplicemente perché nel corso dell’operazione si potrebbero verificare delle complicanze (la Cass. civ., sez. III, 22 novembre 2012, n. 20586, osserva che “un quadro anatomico più complesso può solo indicare la necessità di una maggiore attenzione da parte del chirurgo, ma non esclude la routinarietà dell’intervento”).
Proprio sulle implicazioni della dicotomia tra prestazioni sanitarie facili e difficili ha avuto modo di pronunciarsi la sentenza n. 18307 del 2015, resa dalla Cassazione nell’ambito di un giudizio promosso contro un dentista, cui si rimproverava, in particolare, il cattivo esito della cura di una fistola oro-antrale. Il paziente, non soddisfatto dei risultati della terapia, aveva infatti chiesto di ribaltare il verdetto con cui la Corte d’Appello capitolina aveva totalmente escluso, per ragioni d’indole sia processuale che sostanziale, la configurabilità di un obbligo risarcitorio.
Vale la pena ricordare che, fino a qualche tempo fa, varcare il confine tra esecuzione facile e difficile aveva ricadute pesanti sul terreno della prova dell’accertamento della responsabilità del medico. Emblematica è la decisione che aveva definito una vertenza il cui antefatto era dato da un’atrofia testicolare insorta a seguito della recisione del canale deferente avvenuta nel corso di un’operazione di ernia (caso esaminato da Cass. civ., sez. III, 16 novembre 1988, n. 6220). In tale circostanza si era stabilito:
a) a fronte di un intervento di routine, il paziente adempie l’onere a suo carico provando dapprima che l’operazione era di facile esecuzione e subito dopo che ne è derivato un risultato peggiorativo, dovendosi presumere l’inadeguata o non diligente esecuzione della prestazione professionale del sanitario, con la conseguenza che spetta al professionista fornire la prova contraria, cioè che la prestazione era stata eseguita idoneamente e l’esito peggiorativo era stato causato dal sopravvenire di un evento imprevisto e imprevedibile oppure dalla preesistenza di una particolare condizione fisica del malato, non accertabile con il criterio dell’ordinaria diligenza professionale;
b) diversamente, quando la prestazione sanitaria sia di difficile esecuzione, il paziente deve provare, ai fini dell’accertamento della responsabilità del medico, in maniera precisa e specifica, le modalità di esecuzione dell’atto e, in caso, delle prestazioni post-operatorie.

Questo modo di inquadrare la problematica, successivamente abbandonato dalla Cassazione, una volta che le sezioni unite hanno fatto chiarezza sulla prova dell’inadempimento di un’obbligazione (Cass. civ., sez. un., 30 ottobre 2001, n. 13533), continua peraltro a influenzare una parte delle decisioni di merito depositate negli ultimi anni. Si pensi al ragionamento seguito da una Corte d’Appello allorché è stata chiamata a vagliare la posizione di un chirurgo il quale aveva praticato un delicato intervento, comportante l’apertura della calotta cranica e l’asportazione di una sezione vertebrale, che implicava –ad avviso del collegio giudicante– la soluzione di problemi particolarmente complessi; nella sentenza resa nel 2011 si rimane ancorati alla necessità che il paziente dimostri la configurabilità del dolo o della colpa grave nel comportamento del medico (App. Torino 13 settembre 2011). Tale sentenza è stata inesorabilmente spazzata via dal Supremo Collegio che ha fatto notare come affermazioni di tal fatta entrino in collisione con quello che è ormai divenuto il nuovo trend in materia (Cass. civ, sez. III, 20 marzo 2015, n. 5590).
In cosa consista detto trend, è possibile evincerlo con nitidezza da uno dei principi di diritto enunciati dalla sentenza n. 18307 del 2015. Orbene, per la Corte, la distinzione fra prestazione di facile esecuzione e prestazione implicante la soluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà non funge da criterio di ripartizione dell’onere della prova, ma rileva soltanto ai fini della valutazione del grado di diligenza e del corrispondente grado di colpa, spettando al sanitario la dimostrazione della particolare difficoltà della prestazione, in conformità con il principio di generale favor per il creditore danneggiato.

Pertanto, anche ove l’intervento possa apparire particolarmente complesso, il paziente che agisce in giudizio deducendo l’inesatto adempimento dell’obbligazione sanitaria deve provare l’esistenza di un contratto, ovvero l’instaurazione di un contatto sociale, e allegare l’inadempimento del professionista, vale a dire la difformità della prestazione ricevuta rispetto al modello normalmente realizzato da una condotta improntata alla dovuta diligenza.
In altri termini, il paziente non è costretto a provare la colpevolezza del sanitario, ma ha unicamente l’onere di dedurre qualificate inadempienze. Per la legge un risultato «anomalo» dell’intervento medico-chirurgico è ravvisabile non solo in presenza di aggravamento dello stato morboso, o in caso d’insorgenza di una nuova patologia, ma anche quando l’esito non abbia prodotto il miglioramento costituente oggetto della prestazione cui il medico-specialista è tenuto (così Cass. civ., sez. III, 13 aprile 2007, n. 8826). Rimane a carico del sanitario l’onere di provare l’esatto adempimento, nella misura in cui nessun rimprovero di scarsa diligenza o di imperizia possa essergli mosso, ovvero di dimostrare che l’inadempimento, pur concretizzatosi, non può considerarsi fonte del pregiudizio.

(Cass. Civ., Sez. III, 18 settembre 2015, n. 18307)

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